Casella di testo: Parliamo con Elena Mutinelli
una delle artiste che ha partecipato a DonnaScultura 2014

Una vita dedicata all’arte, quando comincia il suo percorso?
Credo da sempre, ho sempre amato tutto ciò che era manuale. L’ambiente familiare mi ha stimolata moltissimo, anche se di cinque fratelli nessun’altro ha seguito qualcosa che abbia pertinenza con l’arte.  Non so se sia stato frutto di un preciso percorso o se piuttosto sia stata una inclinazione naturale. Comunque la mia passione nacque quando ero molto piccola: dapprima con l’amore profondo per la musica e contemporaneamente con il gioco della scultura che mi ha accompagnato nell’infanzia: mi ricordo che davo un nome a tutte le sculture che erano presenti in casa e le mettevo in comunicazione, dando loro una fisionomia narrativa che mi assorbiva a volte per intere giornate. Quello che mi ha stimolata innanzitutto era il clima di libertà che vigeva nelle mie mura materne e le immagini forti, dinamiche e allegre, a volte spiccatamente caratteriali che abitavano la casa, una dimora antica e intrisa di memorie  e di racconti filtrati da un dialogo familiare apertissimo all’esterno. Un clima direi tanto unico che altro non poteva che far vivere gli oggetti: nulla era lusso bensì cultura, sentire. E questa è stata la mia fortuna: possedere una condizione e una passione che mi hanno consentito di trovare una strada faticosa, ma che mi ha resa libera.
Lei ha una approfondita formazione tecnica, maturata sia in accademia che presso il laboratorio. Quali sono gli aspetti,  dell’uno e dell’altro ambiente, che più hanno contribuito a definire la Sua poetica ?
Grazie per questa domanda. Devo dire che la mia maturazione tecnica è un tasto dolente. Vorrei poter dire di doverla all’Accademia ma proprio non posso farlo: non sarei sincera né con me stessa né con gli altri. E’ giusto che si sappia che sia gli aspetti fondamentali che quelli più alti e più tecnici che poi mi hanno resa assolutamente autonoma nell’adempiere dall’inizio alla fine alla mia opera, io li devo esclusivamente a Pietrasanta. Sono felice di poter dar voce a questa esperienza.
L’Accademia è stato solo un momento. Lì nessun professore sapeva formare, patinare, gestire un’armatura; i docenti non conoscevano la natura dei materiali,  e pochi erano quelli in grado di dare un ausilio anche minimo di natura pratica.
Ricordo che grandi maestri  ci insegnavano a diventare molto simili a loro.
Cavaliere mi disse che tutto ciò che facevo era casuale e intriso di Caos – ma che parola sublime: Caos! Forse lui si era dimenticato del Big Bang, del Caos primigenio… e che è il Caos  ad aver generato la vita, e che nel Caos si origina quel guizzo che solo la genialità possiede, pur nel suo essere mancante in molto altro. Rischiai seriamente la bocciatura e pensai che almeno per un breve tempo dovevo giocoforza sopportare di fare le sculture orride che loro volevano, senza abbattermi nel vedere che si laureavano pure i poco meritevoli.  Cavaliere non sapeva che in realtà mi stava aiutando: mi avrebbe diretta a Pietrasanta spingendomi ancor con più convinzione nella studio della scultura. In realtà ho imparato la tecnica della formatura in gesso, almeno quella di base ossia il negativo a perdere, da un bidello che duplicava  statue classiche in gesso che poi vendeva all’interno dell’ accademia.
Nessuno di noi allievi di Accademia poteva allora immaginare quanto mistero abitasse nell’ordine-disordine di un laboratorio, non ci trasmettevano l’importanza e il rispetto per gli strumenti e l’ambiente di lavoro, l’orgoglio nell’imparare a saper usare le mani, a saper utilizzare il tempo come strumento e a captare la meditazione che è in seno ad una disciplina. Personalmente in Accademia ho appreso solo l’aberrante concetto che l’Idea è assolutamente al di sopra di tutto e che le mani e il loro utilizzo sono solo “fuffa”. E’ amaro vedere che questo concetto è in realtà condiviso da molti critici e confermato dal mercato. A Pietrasanta ho incontrato  la dimensione del laboratorio, che è lo spazio giusto della maturazione di un artista e della sua evoluzione come uomo.

Ci parla della Suo periodo di formazione presso la bottega di Duà a Pietrasanta, e del  legame che ha stabilito in quel momento con la città, e di come si è modificato nel tempo?
Due giorni dopo aver terminato l’Accademia presi il mio furgone e partii per Pietrasanta! Inizialmente, come tutti gli scultori, presi in affitto una camera a Ripa e mi misi in cerca di un buon laboratorio;  ma quelli che visitai mi sembravano più adatti per artisti-turisti, intenzionati a restare solo un mese o due prima di volare in America. Io invece pensavo che se non avessi voluto solo imparare a usare frollino e lame da taglio sarei dovuta restare a lungo; anche degli anni, se fosse stato necessario. Non riuscivo a stare ferma in un posto, andai ad abitare da sola a Valdicastello Carducci. Lì trovai finalmente la mia concentrazione. Mi rivolsi a Blasco, uomo buono, capace e severo, perché avevo bisogno di una persona che mi facesse da guida: lui, che aveva in studio alcuni frollinatori, mi insegnò i punti. Da lui mi sentii presa a cuore. Dopo un anno mi consigliò di andare da Duà, che non ricordo bene se fosse stato il suo maestro, ma sapevo che era uno dei più vecchi artigiani della zona. Duà lavorava da solo in uno studietto di lamiera in fondo al ponte della Madonnina, che chiamavano baracca e che per me era un luogo di culto. Seguii il consiglio di Blasco e 1990/91 frequentai il piccolissimo laboratorio di Duà,  lì solo arnesi di ferro antichissimi e tanto tempo. Duà mi ha insegnato l’amore per l’arte, lui sapeva bene cosa fosse.
Il legame con Pietrasanta ha significato tantissimo per me poiché lì ho conosciuto quanta sapienza possiedano i maestri artigiani che hanno ancora il dono delle technè. La loro ispirazione è tale che non è sempre l’artista a determinare la propria opera ma sono loro stessi a innovarla. Questa interazione andrebbe a parer mio omaggiata come si fa nei titoli dei film o nei ringraziamenti di un’orchestra in cui non solo il direttore è il fautore del successo. Il rapporto con Pietrasanta continua ancora oggi, compro sempre qui il marmo che uso. E’ un micromondo dove sono presenti alcune delle gallerie più attive e più conosciute, una piazza in grado di riflettere le tendenze e i loro mutamenti ma che conserva sempre le caratteristiche peculiari della nostra italianità nell’arte e nell’artigianato.
Lei ora ha un Suo laboratorio dove insegna a giovani artisti. Quali sono i valori più importanti nella scultura e nella pittura che chi insegna deve trasmettere?
Prima di tutto cerco di conoscere la persona che viene nel mio laboratorio. La prima cosa che desidero è non far danni. Voglio mettere chi viene da me in grado di conoscere i fondamenti della materia che si affronta in modo che nel tempo possa lavorare in autonomia espressiva e godere dello sviluppo della sua arte. Lavoro a strettissimo contatto con gli allievi scultori, spesso capita di partire da zero, e devo seguirli in ogni fase. La prima cosa è lavorare con la testa, in sicurezza. Poi cerco di stimolarli allo studio e all’osservazione, inducendoli alla connessione; credo che proprio questa sia la caratteristica più importante in assoluto: la capacità di stare al di sopra della mera nozione, e di arrivare a spaziare in sfere che apparentemente non sono relazionabili tra loro. Noto che negli allievi più appassionati e talentuosi questa è una condizione comune: hanno già una dinamica mentale inquieta che disarma l’uomo banale; non c’è niente da dire, queste persone sono un passo avanti. Per me è molto importante insegnare, io sto sola in studio per ore e mi concedo l’insegnamento perché stare vicino ad altri artisti desiderosi di imparare mi rigenera.
Nelle Sue opere sono visibili ascendenze artistiche elevate. Quali sono i Suoi artisti di riferimento, quelli da cui più si è sentita e si sente influenzata?
Quanti me ne vengono in mente… io amo sia scultura che pittura e disegno, quindi non vado in ordine, ma più per folgore di immagine e ancora caos: Magnasco, Ribera, Artemisia Gentileschi, Doumier, Velasquez. Anzi pensandoci è la pittura che più condiziona la mia scultura: Guercino, El Greco, Giovanni Bellini. Poi ancora il Verrocchio, il Pollaiolo, Guido Reni, Rosso Fiorentino, Pontormo, Tiziano. Prima dei restauri amavo tantissimo il Tintoretto: ora se ci penso sto male, ne ho visto uno al Museo Diocesano e mi sono immedesimata nella madre di Tintoretto e nelle ore da lui dedicate alla pittura: che dispiacere nel vedere quel Tintoretto mascherato… Amo la scultura genovese del Seicento, la scultura napoletana, Giuseppe Sanmartino; poi Milano, Grandi, Graziosi, e poi Parigi, Bourdelle, Rodin, Camille Claudel, più in là nel tempo, Medardo Rosso, Agenore Fabbri, il primo Fontana, Manzù, la Scapigliatura milanese, Ernesto Bazzaro e certamente nonno Silvio Monfrini, suo allievo.

Donna scultura 2014 – Chiesa di Sant’ Agostino – Pietrasanta
La Sua arte è difficile da descrivere e riassumere. Lei parla di primordialità e di inconoscibilità. E’ proprio quella artistica la migliore espressione di una simile concezione, o quantomeno il mezzo più idoneo per una ricerca di questo tipo?
Direi che l’arte sia un importantissimo mezzo espressivo per dar voce ad un pensiero o ad un’intuizione, ma non escludo che ve ne siano altri. Certamente l’arte è un’esperienza sia per chi crea che per chi osserva l’opera, sia essa scultura o pittura. Ma anche danza: questa ha un potere totalizzante poiché coinvolge pensiero e sensi, udito, vista e tatto, ha una dimensione estetica seduttiva capace di tessere una comunione collettiva che innalza. L’arte ispira per riflesso chi la guarda e non solo chi la concepisce. E’ un riconoscersi; non so se parlo di primordialità, piuttosto di identificazione nell’altro. La natura dell’arte sta nel desiderio, da lì proviene quella spinta che forse ci rende simili ad un creatore.
Numerosi e potenti sono i suoi riferimenti alla femminilità. Quindi si può dire che questa mostra sia uno spazio ideale. Quanto è rilevante l’apporto di un punto di vista fortemente femminile nell’arte?
Pietrasanta ha dato a noi tutte un’opportunità unica. La mostra è uno spazio ideale poiché ci ha dato modo di raccontarci in modo manifesto. La curatrici mi hanno lasciato la libertà di esprimermi senza remore per i nudi. E’ stato un modo per me per poter concentrare tutto un lungo lavoro svolto nella patria della Scultura con la S maiuscola, di cui si conserva traccia storica di altissimo profilo nel Museo dei Bozzetti. Questo è un contesto espositivo di rilievo, importante per la mia professione. Magari non tutti sanno che noi tutte, infatti, lavoriamo professionalmente alle nostre opere, approfitto di questo spazio per raccontarlo.
Io penso che l’arte sia arte, e non credo ci sia una scissione tra arte maschile o femminile: a volte questo concetto è più negli occhi di chi guarda.

©.  STUDIOMARTE

Foto Antonio Piccin

Grafica Stdmarte

Traduzioni Roberta Mazzesi

 

 

LE OPERE SCULTOREE DI ELENA MUTINELLI SONO  ESEGUITE A MANO SENZA MEDIAZIONE ALCUNA DI ARTIGIANI E MACCHINE

The sculptural production of Elena Mutinelli is hand made without any artisan's or machinery's help.

 

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       sculptress

  Elena   Mutinelli