IL TEMPO DI EROS

 

 

La primavera, che è una promessa, rallegra gli uomini     

più dell’estate che ne è il compimento sospirato.

                                                            Dino Buzzati

 

 

 

 

 

 

C’è un tempo, nell’amore, che è il momento prima del possedere.

E’ il tempo del desiderio –quella meravigliosa specie di desiderio che è il desiderio sicuro di essere appagato ma non ancora praticamente soddisfatto- è il tempo dell’attesa –un’attesa senza più timori né dubbi- che rappresenta probabilmente l’unica forma di felicità concessa all’uomo.

E c’era un tempo in cui tutto questo ha avuto origine.

Si stava facendo festa, lassù nell’Olimpo, per la nascita di Venere. Ospiti divini, ambrosia e nettare a volontà: un gran bel party. Brutta, povera, scalza, alla fine era giunta anche Penia –la Mancanza- che veniva, come al solito, a mendicare. D’un tratto vide Poros –il Dio dell’Abbondanza- che, bello e completamente ebbro, dormiva nel giardino di Zeus e prese una decisione insidosa: giacere con lui per generare un figlio. Così –narra Platone nel Convivio- venne concepito Eros, il Dio dell’Amore.

Per la sua mostra sull’erotismo, la scultrice Elena Mutinelli ha scelto di attingere al mito.

Perché il mito, come l’arte, è capace di tradurre in immagini-semplici, immediate, accessibili a tutti- le cose importanti della vita. E in questo modo, lievemente, ce ne svela i misteri.

‘Mi sono ripetutamente trovato di fronte al mistero dell’amore, e non sono mai stato capace di spiegare che cosa esso sia – scrive Jung nei Ricordi- Qui si trovano il massimo e il minimo, il più remoto e il più vicino, il più alto e il più basso, e non si può mai parlare di uno senza considerare anche l’altro. Non c’è linguaggio adatto a questo paradosso. Qualunque cosa si possa dire, nessuna parola potrà mai esprimere tutto.’ Ma forse un’immagine sì. Ecco allora che nel mito, Eros non appare affatto come delicato e bello, ma in quanto sintesi di due opposti- i genitori Poros e Penia- egli è insieme bellissimo e bruttissimo, ricchissimo e poverissimo, continuamente muore per poi tornare in vita e non appena ottiene una cosa, subito la perde. Come non vedere in questa figura di Eros -che oscilla sempre tra i poli dell’avere tutto e del mancare di tutto- la tensione, la spinta, la sublime irraggiungibilità del desiderio? Dunque il mito ‘dice’ attraverso un’immagine poetica, ciò che non può essere detto a parole: l’essenza dell’amore. Lo stesso riesce a ‘dirci’ l’artista Elena Mutinelli attraverso un altro tipo di immagine, quella più concreta, tangibile –ma non per questo meno poetica- della scultura. Più che altro un insieme di corpi e pochi ritratti, i pezzi scelti dalla scultrice per questa mostra. Corpi che esplodono o implodono ripiegandosi su sé stessi, a seconda della direzione presa dall’energia sessuale che li pervade tutti. Anche i modi in cui l’artista ha saputo imprimere la passione su quei marmi, sono diversi: c’è il desiderio aperto, manifesto di La morte di Seneca e di Adolescente –due torsi maschili protesi in avanti, acerbi e sfrontati- e quello più delicato, languido –quasi fosse stemperato nel sonno- de La dormiente; c’è il desiderio represso, trattenuto da quella selva di mani che coprono gli occhi, la fronte, la bocca di un uomo, comprimendone l’urlo (Muti silenzi chini su di noi) e il desiderio prorompente, senza più freni di altre mani ancora che afferrano, che frugano alla febbrile ricerca di qualcosa che sfugge (Fra le mani, Territorio). Ma forse l’opera che riassume in sé questa potenza contraddittoria dell’amore è Il riposo di Eros. Si tratta del torso di un uomo, sdraiato, nudo. La figura è colta nel sonno (Eros, ‘povero sempre’ come la madre, ‘giace per terra e nulla possiede per coprirsi; riposa dormendo sotto l’aperto cielo nelle vie e presso le porte’) eppure quei muscoli tesi –lucidi, quasi- in netto contrasto con la postura rilassata del corpo, alludono a una forza indomabile, di natura divina (‘Da parte di padre, invece, cacciatore possente è Amore; valoroso, audace e ansioso di possedere’); e specie in quella mano –forte, virile- dell’Eros, mollemente adagiata sul ventre, c’è tutta la divina ‘ansia di possedere’ cristallizzata in un momento di quiete.

Le mani, dunque, di nuovo le mani: è qui che si concentra la massima espressività dell’artista.

E proprio queste mani –scolpite, disegnate, appena abbozzate o perfettamente dettagliate- che la Mutinelli mette un po’ dappertutto, ci fanno scoprire un altro aspetto, non meno oscuro, dell’amore.

L’opera Impronta è un pugno, enorme, piantato a terra, che grida: ‘Io voglio.’

Morsa è una mano che entra nella pietra –un bellissimo marmo rosa- e prende, stringe, tiene forte.

Non c’è più il tormento, l’ansia, la speranza del desiderio, ma la calma rarefatta della felicità raggiunta. E’ il tempo dell’avere. Ma come spiegare quel supremo senso di completezza, quel magnifico sentire-di-non-aver-bisogno-di-nulla che solo il desiderio appagato riesce a darci?

Il mito, ancora una volta, aiuta a svelare. Racconta Platone che, molto prima di diventare uomini, eravamo degli strani esseri –gli androgini- con quattro braccia, quattro gambe, due facce ed entrambi i sessi. Così, perfetti e bastanti a noi stessi, non onoravamo la divinità in quanto non avevamo desiderio di niente. Zeus, naturalmente, non la prese bene ed escogitò un modo per renderci umili, deboli e bisognosi di un Dio: decise di tagliarci in due parti distinte, condannado l’una ad andare per sempre all’affanosa ricerca dell’altra metà. Da allora solo l’amore -l’atto dell’amore- riconduce all’antica condizione ‘cercando di far uno ciò ch’è due.’

Con la stessa grazia del mito, la Mutinelli è riuscita a esprimere tutto questo attraverso un’intrigante serie di sculture e di disegni: corpi che s’inseguono, che tentano d’incastrarsi l’uno nell’altro (L’altra metà) o che addirittura si trasformano l’uno nell’altro (Androgino) nel disperato tentativo di fondersi, di tornare ad essere un’unica cosa. Perchè soltanto nel momento dell’unione, avvinghiati alla metà perduta, torniamo ad essere ‘androgini’, assaporando così la pienezza dell’originaria perfezione.

Ma è questione di un attimo e già in questa pienezza qualcosa sfugge. E la perfezione s’incrina. Per dirla come Proust: ‘Capivo l’impossibilità contro la quale urta l’amore. Ci immaginiamo che esso abbia per oggetto un essere che può stare disteso davanti a noi, rinchiuso in un corpo. Ahimè! Il vero oggetto è l’estensione di quell’essere a tutti i punti dello spazio e del tempo che esso ha occupato e occuperà…e noi non li possiamo toccare tutti quei punti.’ L’amore non è solo possesso, ma è anche spazio- l’insieme dei luoghi in cui ha lasciato le sue tracce – e tempo-i ricordi, le attese- ed è proprio questa sua enorme estensione che lo rende inafferrabile.

Nel possesso, come nel desiderio, ecco comparire di nuovo la natura sfuggente di Eros.

Ma allora se l’amore è inafferabile, non sarà soltanto un’illusione?

Un disegno della Mutinelli attira la mia attenzione. E’ un giovane uomo dai lineamenti delicati – il viso sinuosamente adagiato sulla spalla- che si lascia accarezzare o forse trattenere da mani diverse.

Si intitola Eros. Con la coda dell’occhio mi guarda, beffardo.

 

Danila Benedetto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

D. Benedetto, Il tempo di Eros, “Archivio”  XVI, (8), ottobre 2004, pag. 22.

D. Benedetto, in  Il Tempo di Eros, catalogo della mostra, Banca Intermobiliare di Investimenti e Gestioni S.A., Lugano, (CH), 2004.

 

 

 

Immagine

 

Vuoto di mani congiunte, 1997

resin, 80x46x68 cm

 

Image

 

Empty hands joined , 1997

resin, 80x46x68 cm

 

 

 

©.  STUDIOMARTE

Foto Antonio Piccin

Grafica Stdmarte

Traduzioni Roberta Mazzesi

 

 

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       sculptress

  Elena   Mutinelli