FOLLIE D’ARTISTA

 

I ricordi, queste ombre troppo lunghe per i nostri brevi corpi.

                                                                                                          Umberto Saba

 

 

 

 

 

 

 

 

http://www.treccani.it/enciclopedia/elena-mutinelli_(Lessico-del-XXI-Secolo)/

 

A Milano, in novembre, si terrà una personale della scultrice Elena Mutinelli.

Lo spazio intimo e raccolto della libreria Bocca, in galleria, accoglierà l’evento che ho contribuito ad organizzare. Ma non voglio parlare della mostra, bensì del viaggio verso la mostra. Ovvero: non voglio dirvi quello che vedrete ma perchè lo vedrete.

Il fatto è che quando arrivi alla meta, spesso scopri che la cosa più importante è stata il cammino per raggiungerla.

Ero andata allo studio dell’artista. Caffè. “Dobbiamo pensare a un tema.” Altro caffè. “Bisogna scegliere i pezzi da esporre.” Alla fine loro hanno scelto noi, alla faccia dei nostri temi e dei caffè. Inevitabile quando si tratta di arte. In Lo spirituale nell’arte Kandinsky parla di una sorta di ‘suono interiore’ della forma (astratta o concreta che sia) a cui attinge l’artista per la sua creazione, la quale alla fine deve essere capace allo stesso tempo di comunicare l’interiorità (esprimere l’essenza delle cose) e di comunicare con l’interiorità (parlare con l’anima dello spettatore, farla ‘vibrare’).

Come a dire: sembra che un’opera d’arte stia semplicemente lì, aspettando di essere notata. Invece risuona, ti chiama. Se tu la ‘senti’, è fatta: ti invade all’istante. Un po’ come l’amore.

C’eravamo soltanto io e l’artista quel giorno – e parlavamo e ridevamo e fumavamo - ma avvertivo un’altra presenza: il ritratto di una donna in terracotta - la testa calva, il viso pensieroso, gli occhi fissi su un punto lontano – era tra di noi, sembrava sentire i nostri discorsi, senza parlare. E non solo perché era fatta di pietra. Chi non ha mai notato, su un tram, quel signore seduto di fronte che, immobile, guarda fuori dal finestrino? La gente passa, spinge, le porte si aprono, ma lui non si accorge di niente. Neanche di te che lo osservi. Mi avvicino al ritratto di terracotta: lo stesso sguardo sospeso di quello sconosciuto sul tram che guardava fuori senza vedere; le stesse sopracciglia leggermente aggrottate, quasi a trattenere un ricordo di cui non saprò mai. Il mio regno per i tuoi pensieri.

Leggo il titolo dell’opera: Sola. “L’uomo non è solitario – scrive Benn - ma il pensiero lo è.” E il pensiero è al di fuori del tempo, come questo ritratto; e il pensiero non ha un’identità sessuale, come questo ritratto di donna che a prima vista potrebbe anche sembrare un uomo.

Sola è l’incarnazione – o meglio la ‘pietrificazione’ - di un pensiero, della solitudine di un pensiero a cui la Mutinelli è  riuscita sapientemente a dare una forma.

Avevamo trovato il filo. E finito il caffè.

Ora sapevo che cosa cercare. Quel medesimo vuoto, quell’assenza, quel ‘esserci altrove’ lo riscopro in un altro lavoro dell’artista, questa volta una figura intera, anch’essa di terracotta: è una donna seduta - o forse sarebbe meglio dire afflosciata - su una panchina. Si chiama Attesa. Ma non è, questa, un’attesa gioiosa: non c’è leggerezza, non c’è sogno, non c’è futuro. Qui tutto – le spalle, le braccia della donna, la sua postura – precipita verso il basso, verso l’interno e cade all’indietro, verso il passato. E’ il peso del passato, con le sue lunghe ombre, a spingere giù quel corpo, a risucchiarlo quasi, imprigionandolo in un’attesa statica e perciò vana.

Giravo per lo studio - come in una sorta di caccia al tesoro - ed ecco che ne scovo un’altra, nascosta in una nicchia; e poi un’altra, sotto un tavolo, e un’altra ancora. Una decina di piccole sculture, quasi tutte di donne. Il sottile strato di polvere di marmo che le ricopre, non fa che esaltare l’espressività forte di quei volti assenti, di quei corpi annichiliti. I materiali sono diversi - terracotta, marmo, bronzo - ma i contenuti sono gli stessi - senso di estraneità, angoscia, vuoto – come se l’artista avesse deciso, di volta in volta, di scalpellarli nel marmo, o di renderli attraverso una rapida pastellata in terracotta, o di dargli il colore brunito del bronzo. Ecco alcuni titoli: Pazza,  Pazza in cammino,  Pazza che dorme,  Pellegrinaggio di una pazza.

La Mutinelli mi spiega che si tratta di una serie di lavori, frutto di una sua lunga e sentita ricerca sulla malattia mentale; tanti piccoli pezzi di un'unica, oscura storia: la follia.

Rimango perplessa: un interesse del genere era in evidente contrasto con il carattere aperto, solare, appassionato della scultrice; quale inquietudine poteva mai averla spinta ad inoltrarsi in terreni così tortuosi? Non sarà forse il fatto che gli artisti sono anche loro tutti un po’ ‘matti’?

Bè, dipende da cosa si intende per follia. In merito, ben prima che questa diventasse – come patologia – dominio esclusivo della medicina prima e della psichiatria poi, esisteva un’affascinante teoria. Ne Lo Ione, Platone descrive la follia come una sorta di ‘scintilla divina’ – un minuscolo frammento dell’immensa potenza e sapienza di Dio – destinata a pochi prescelti; un dono divino dunque, e concesso solo ad alcune categorie di eletti: i profeti, gli innamorati, gli artisti e i filosofi. Costoro sono ‘usciti di senno’ in quanto posseduti da una forza superiore; tutto ciò che fanno o dicono, non è opera loro ma del divino che si esprime tramite loro. Essi sono gli interpreti del dio.

Probabilmente noi oggi li chiameremmo medium, non più ‘profeti’, ma il concetto è lo stesso.

Forse Platone non aveva tutti i torti. Anche l’amore: non ci fa tutt’ora ‘sragionare’? Non diciamo di essere ‘innamorati pazzi’? Senza parlare dell’arte: il binomio genio-sregolatezza è in voga da secoli; quanto ai filosofi, il luogo comune vuole loro assolutamente ‘fuori dal mondo’ e le loro dottrine – a furor di popolo - assolutamente inutili.

Insomma, sembra proprio che qualcosa di questa antica teoria sia giunta fino a noi.

Le parole della  Mutinelli confermano questa mia impressione: “Vedi per me l’arte è desiderata, e quindi è seducente anche nel grottesco, nel drammatico, anche quando proietta la propria allucinazione sul mondo. L’arte può permettersi questo perché è senza inibizione; le inibizioni sono pensare di fare troppo brutto, drammatico, surreale..ma questo per noi non conta, noi desideriamo fare arte prima di tutto questo.”

Ora capisco. Se sei un’artista non conta che carattere hai o quale soggetto vuoi rappresentare o che tipo di materiale scegli di utilizzare: la sola cosa che conta, la più importante, è il desiderio dell’arte.

L’artista è posseduto dall’arte. Platone direbbe che è invasato dal dio; il che poi forse è lo stesso.

Non ha infatti l’ispirazione artistica un che di misterioso? Non ha la spinta creativa una forza sovraumana? Il cammino dell’arte non è elevazione? E le intuizioni dell’artista – quei piccoli sprazzi di verità che egli sa cogliere - non hanno un sapore metafisico?

Sulla scia di questi pensieri, cominciavo a guardare la scultrice sotto un’altra luce; anche il suo atelier mi sembrava diverso: un luogo misterioso – l’antro della sibilla – pieno di attrezzi che noi uomini comuni useremmo tutt’al più per aggiustare le piccole cose quotidiane, mentre loro – i portatori d’arte – usano come forsennati per togliere-togliere-togliere, eliminare il superfluo e dar forma, fuoco, vita alla materia inerme.

“Mi è rimasto solo del tè – dice all’improvviso la Mutinelli – che dici ne metto su una pinta?”

Meno male che, quando l’arte li lascia un attimo stare, gli artisti tornano ad essere come noi.

Stavo leggendo alcune precedenti recensioni su questo ciclo di opere ispirate alla follia, davanti a una fumante tazza di tè. Giorgio Segato parla di ‘corporeità esaltata dalla patologia’, di ‘modellato vigoroso’, di riscoperta della scultura come luogo ‘di risonanza e di espressione del corpo’. Vero.

Ma voglio provare a cercare dell’altro. Riguardo i lavori. Vado per associazione di idee.

Pazze rappresenta un gruppo di quattro donne sedute in circolo; ma non si guardano in faccia, si danno la schiena, come in una specie di girotondo ‘al rovescio’. Mi vengono in mente Goya, le streghe, il ‘girotondo sabbatico’. Durante i loro conciliaboli notturni – i sabba – le streghe solevano fare una strana danza: poste una di fronte all’altra, di schiena, si prendono per mano e cominciano a girare; è un girotondo ‘invertito’ che ha un effetto catartico (lo sguardo spazia davanti a sé, il movimento circolare e vorticoso spazza via i pensieri). Le streghe incarnano le pulsioni più oscure dell’uomo che la società tenta di tenere a freno, reprimendole. Prima fra tutte la sessualità, a cui il volo notturno della strega, allude. Per questo esse sono escluse, bandite, perseguitate dalla società: le streghe sono diverse, estranee, pericolose. Come le Pazze della Mutinelli.

Ma il girotondo delle streghe – a cui pure Pazze rimanda – è una danza liberatoria.

Intravedo una luce. Nel rappresentare il buio della follia, l’artista – forse inconsapevolmente – ha lasciato aperto uno spiraglio, una via di fuga: la possibilità di una rinascita.

A ben vedere questo germoglio di speranza – che prima non riuscivo a cogliere - è presente, in modi diversi, un po’ in tutte le sculture considerate fin’ora. In Pazza ad esempio, una figura di donna viene cinta, da dietro, in un abbraccio; non si sa bene da chi - il soggetto che la cinge è privo del capo – ma non importa. Perché qui ciò che importa è il gesto: l’abbraccio, il ‘prendersi cura’.

In modo più delicato, anche la Pazza che dorme viene stretta, protetta da un intrico di mani che spuntano fuori come dal nulla, per fungere da coltre e da guanciale alla dormiente stessa; la quale pare così abbandonata nel sonno, ma non a sé stessa. In altri lavori ancora (Pellegrinaggio di una pazza, Pazza in cammino) le mani troppo grandi, sproporzionate dei soggetti sembrano quasi trattenerli, esortandoli a non inoltrarsi nell’oscurità, a non perdersi nel nulla.

Queste mani sempre in evidenza, spesso troppo grandi o semplicemente ‘troppe’ per un corpo solo sembra proprio siano il pezzo forte dell’artista, che in questo caso le ha usate – diciamo così – per ‘riorganizzare la speranza’: le mani accarezzano, preservano, difendono.

La Mutinelli è soprattutto una scultrice di mani, da lei impiegate come soggetto in molti lavori; mani forti, maschili, ‘fisiche’ le sue – sono visibili le vene, i tendini, l’imperfezione delle unghie – eppure capaci di invadere anche lo spazio psicologico: alcune volte (Fra le mani, Morsa) esse sembrano custodire, con gentilezza o con forza, qualcosa di prezioso (un affetto, un’emozione?); altre volte le mani che s’infilano nella pietra (Territorio) o addirittura ‘dentro’ la testa dell’uomo (Memorie, Ricomposizione) sono un pretesto per entrare nella sua interiorità e impossessarsi persino del suo pensiero. Ma non solo. La scultura Amanti, che sembra quasi un dipinto di Klimt – due figure, un uomo e una donna, appoggiati l’uno all’altro tanto da confondersi in un corpo solo che si esaurisce in due immense mani - suggerisce che le ‘mani’ della Mutinelli hanno a che fare anche con l’amore. E a noi qui interessa particolarmente l’amore; perché l’amore, l’eros, la passione, la vicinanza, l’energia, il calore – o come diavolo lo si voglia chiamare – è l’unica cosa che abbiamo per contrastare il freddo, il buio, la perdita, il vuoto, la follia, il nulla.

Non a caso, in Pietà, la donna che sta a cavalcioni sopra il Cristo morente, abbandonato tra le sue braccia che lo stringono, ha un che di erotico.

Certo a prima vista, la cosa può sembrare scontata. Eros e Thanatos. Come semplicistico e pure un tantino moralistico può sembrare il nostro percorso dalla follia alla rinascita.

Ma non è tanto che ci piacciono le storie a lieto fine.

E’ che – per dirla come Nietzsche – l’arte vale più della ‘verità’; infatti non è la realtà, il mondo ‘vero’, ad avere in sé un qualche significato - essa è quello che è, semplicemente – bensì è l’arte che, rappresentando la realtà, la ‘significa’, le dà valore, la trasforma, la trascende.

Mi piace pensare che sia un po’ a questo che allude l’ultima scultura scelta per questa mostra (Nessun manifesto principio), con quella serie di schiene che entrando l’una nell’altra - annullandosi e ricomponendosi, morendo e rinascendo –  si trasformano.

L’arte certo non migliora la vita – scrive Benn-  ma fa qualcosa di assai più decisivo: essa modifica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Danila Benedetto

 

 

 

 

 

 

 

 

D. Benedetto, Follie d’artista, catalogo della mostra, libreria Bocca, Milano., 2003

D. Benedetto, “Arte incontro”, luglio - settembre, (43), pag. 31.

 

 

Immagini

 

Pazza, 1996

argilla patinata , 51x55x35 cm

 

Pellegrinaggio di una pazza,1997

argilla patinata, 40x36 cm

 

Images

 

Mad, 1996

coated clay , 51x55x35 cm

 

Pilgrimage of a mad woman , 1996

coated clay ,  40x36 cm

 

 

 

 

 

©.  STUDIOMARTE

Foto Antonio Piccin

Grafica Stdmarte

Traduzioni Roberta Mazzesi

 

 

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       sculptress

  Elena   Mutinelli