SIMONA BARTOLENA

 

 

 

“All’Arte non importa che tu sia un uomo o una donna”, diceva Sonia Delaunay, lottando contro i luoghi comuni che, fino a tempi più recenti di quanto si voglia credere, hanno impedito alle donne artiste di creare liberamente e di essere valutate nel proprio lavoro senza pregiudizi. Il dibattito sull’esistenza di uno specifico femminile nell’espressione artistica, si sa, è stimolante ma complesso, a volte anche fuorviante, se mal condotto. Scegliere un punto di partenza di questo genere per parlare dell’opera di una donna ritengo possa essere scorretto, a tratti anche pericoloso; ma in questo caso voglio venir meno alle mie convinzioni, concedendomi un’eccezione, per non tradire la prima emozione, quella più vera e profonda, da me provata di fronte alle sculture di Elena Mutinelli. Le opere di Elena, a mio parere, rappresentano a perfezione l’incontro tra maschile e femminile, sono il luogo in cui i due universi si intrecciano: ciascuno con la propria forza, ciascuno con la propria debolezza, entrambi con la propria bellezza.

La letteratura artistica a partire dal Vasari per arrivare fino al XX secolo, ha sempre trovato disdicevole, o quanto meno incredibile, che una donna possa volersi sporcare le mani di polvere di marmo, possa desiderare di essere scultrice. Sono pareri che mi tornano inevitabilmente in mente quando guardo Elena al lavoro, mentre scalfisce un blocco di marmo con un’energia sorprendente,   il gesto sicuro, lo sguardo fermo. Ogni volta mi sorprendo di quanta forza – forza fisica e forza spirituale – la Mutinelli nasconda dentro di sé. Si badi bene: è forza, non violenza. È una meravigliosa – talvolta contagiosa – energia, la stessa che ci guida e ci fa ritrovare la strada tra i mille ostacoli della vita, che ci dà il potere di proseguire e di lottare; Elena pensa che  la lotta sia “qui e ora, poiché da sempre (e quas in ogni istante) noi “siamo nell’arena”.

Elena Mutinelli è un’artista sensibile, che non ha paura di affrontare a volto scoperto il dolore, la follia, la paura; anzi li esplora con serena convinzione, nelle sue sculture dal respiro classico, astratte da qualsiasi riferimento spazio-temporale, eppure profondamente attuali. La Mutinelli racconta un’umanità emarginata e sola, racconta volti intensi come un’emozione, sguardi forti come pugni, corpi che si contraggono. E racconta di mani. Sono, come scrive lei stessa, “mani forti alle prese con l’afferrare brutale, con le intenzioni quotidiane dell’esistere, intrise di tensione emotiva, avide di potere, pronte a confrontarsi con il traffico, la tecnica, il ritmo, il suono roboante della vita”. Sono mani chiuse in preghiera, mani che accarezzano corpi, che stringono altre mani. Mani che parlano, che esprimono sensazioni, che afferrano, che si aprono, che si intrecciano, che aspettano. Il concetto dell’attesa, tra l’altro, rappresenta uno dei cardini della ricerca della scultrice. Sono attese di segno diverso, alcune che già lasciano presagire la delusione (e la disillusione), altre solitarie e struggenti. Attese che rappresentano ora l’astensione dall’azione, ora l’attimo che la precede e che si concretizzano in gesti e sguardi, nella contrazione di un muscolo o nell’espressione di un volto.

Elena Mutinelli sa gestire a perfezione la grammatica dei simboli: le sue sculture diventano simbolo  ma non lo sono in origine: nascono, semmai, da una realtà fatta di carne e di sangue, della quale restano comunque per sempre figlie. Nelle sue opere la dimensione fisica e quella spirituale convivono in perfetto equilibrio, tanto quanto nell’opera di Camille Claude, una scultrice cui è impossibile non pensare parlando di Elena, convivevano quella fisica e quella simbolica. Si è molto parlato delle affinità elettive (perché di questo su tratta, non di somiglianze stilistiche) tra la Claudel e la Mutinelli: a mio parere il vero punto di contatto tra le due è la volontà di esprimere tutte se stesse con la creazione artistica, di esternare il proprio dolore e quello di tutta l’umanità, affidandone il messaggio alla materia scolpita. L’opera di Elena, come quella della Claudel,  pare non riferirsi a un preciso momento storico. Anche i suoi guerrieri metropolitani, con i loro piercing e i loro volti segnati, potrebbero appartenere a qualsiasi epoca, passata e futura, essi attraversano l’oggi ma sono esistiti anche ieri e senza dubbio saranno attuali e presenti domani. I loro volti, potenti e assoluti, ci osservano, ci mettono di fronte alle nostre paure, a ciò che non vorremmo ricordarci, continuando a fingere con noi stessi: è inutile cercare disperatamente di ristabilire i ruoli, di riprendersi la parte da protagonista, sono loro a occupare la scena, sono loro a condurre il gioco. È questo l’effetto sorprendente che le sculture di Elena sanno produrre anche nello spettatore più distratto: con la loro presenza si impongono al nostro sguardo, esistono; anche là dove non c’è un volto ma solo mani, composizioni che talvolta, nella loro armoniosa potenza e bellezza, sfiorano l’astrazione. Si pensi, ad esempio, a Nodi nelle pieghe dell’anima, una delle opere degli ultimi anni che Elena sente maggiormente. “Ecco l’installazione”, scrive a questo proposito la scultrice, “Nodi nelle pieghe dell’anima, è ultimata composta da tre grandi tasselli i cui sottotitoli sono: Non mollare la presa, In punta di piedi e Nodi, sospesi-appesi a funi di canapa e nodi in ferro forgiato, interagiscono con spazio vuoto mediante la sospensione e la medesima intenzione, la trazione. In essa sono presenti differenti materiali tra cui la corda. La corda senza alcun capo ne coda è l’elemento formale e materiale più importante, poiché in questo apparente rigoroso ordine è il caso come spesso accade a farla da padrone, le circostanze incombono cambiando le questioni e i percorsi. Si potrebbe parlare di quel nodo, il famigerato ‘bandolo della matassa’, che incastriamo ovunque e mastichiamo durante i discorsi trasformandolo in logoro intercalare conclusivo di un tutto detto e di niente”.

In Nodi nelle pieghe dell’anima sembra riassumersi il senso della ricerca di questa straordinaria artista, “sono le corde, le mani, i silenzi, i flash back, i nostri piedi numero 38, siamo noi nelle piazze e nei mercati senza i nostri bigliettini da visita, in mezzo ad un’infinità di circostanze e situazioni che nessun nodo potrebbe trattenere o cambiare, l’importante che ci tenga vivi e vigili in questo caos”.

Simona Bartolena

 

http://www.treccani.it/enciclopedia/elena-mutinelli_(Lessico-del-XXI-Secolo)/

 

 

Qui già oltre, Silvana editore 2009

 

 

Immagine da sinistra

 

Persus, guerriero metropolitano, 2008 terracotta patinata, 78x70x52 cm

Magnesor, pirata metropolitano , 2008 terracotta 80x68x43 cm

 

Image from the left

 

Urban warrior, 2008 , oated clay  , 78x70x52 cm

Metropolitan pirate, 2008, coated clay  2008 80x68x43 cm

 

 

 

 

 

 

©.  STUDIOMARTE

Foto Antonio Piccin

Grafica Stdmarte

Traduzioni Roberta Mazzesi

 

 

LE OPERE SCULTOREE DI ELENA MUTINELLI SONO  ESEGUITE A MANO SENZA MEDIAZIONE ALCUNA DI ARTIGIANI E MACCHINE

The sculptural production of Elena Mutinelli is hand made without any artisan's or machinery's help.

 

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       sculptress

  Elena   Mutinelli