La scultura nella frase infinita del corpo

SCULPTURE IN THE INFINITE PHRASE OF THE BODY

 

 

Nella riflessione oggi sulla contemporaneità, sull’arte, sulla scultura, si ripresenta quasi improvvisa, stimolante l’occasione di una mostra che viene dedicata a Elena Mutinelli nello spazio della Galleria del Disegno a Milano. Avevo un vago, incerto ricordo di questa giovane scultrice. Preso dalla vista di qualche sua opera, conservavo (dove mi era possibile) la documentazione sulla sua opera (cataloghi, immagini di sculture, i testi critici). In previsione della presente esposizione c’è stato un incontro alla Compagnia del Disegno.

In questo momento provo il rammarico che non ci sia stata la circostanza per una visita allo studio: nella fisicità e nel tempo, nella materia e nella polvere tra le sculture. A questo riguardo Giovanni Testori rimane un’esemplarità. Amava il dialogo con l’opera, nel viaggio, nella presenza, nei sensi: si recava a Bondo, nel Canton Grigioni, dal suo pittore <<squinternato e sublime>> Varlin; o a Bergamo (dopo aver visto alcune riproduzioni) saliva su un abbaino da un pittore poco più che ventenne; o nell’ultimo articolo sul <<Corriere della Sera>> ricordava con struggimento un incontro con Bacon <<nelle sale vuote della Tate di Londra>>.

In una sorta di condizione simbolica, in una piccola stanza della mia abitazione, guardo, scorro le immagini delle sculture di Elena Mutinelli: qui, come nel disguido della dimenticanza, dove il tempo sembra essersi fermato, queste immagini portano una commozione, quell’atto oscuro, invalicabile dell’esistenza.

Sempre più diventa inevitabile ribadire che siamo immersi in un cambiamento epocale della comunicazione, dell’espressione, dei linguaggi. <<Horror pleni>> è un titolo sintomatico di Gillo Dorfles a suggerire uno scenario mediatico nella scomparsa della pausa, del silenzio, del corpo, dell’emozione.

In una consapevolezza umana ed espressiva, rinasce in questa scultrice il bisogno urgente, radicale di ritrovare il tempo dell’esistenza rispetto allo spazio dei linguaggi. L’orizzonte nei temi che segnano via via la sua scultura: il luogo appunto del corpo, quella estremità anche insondabile della follia, il linguaggio delle mani, l’eros, lo sguardo, la voce femminile.

Nell’accostare questi temi, uno stimolo immediato (nella poetica, nella visione) ci può venire inizialmente da alcune note di studio di Elena Mutinelli, dalla sua scrittura. Si sa quanto sia affascinante scoprire gli artisti nelle tracce, sia pure frammentarie, dei loro scritti. Massimamente negli scultori dove forse, in modo ancor più diretto, si attua una specularità in uno spazio-tempo di presenza, opera e personaggio.

Una scrittura quella di Elena Mutinelli che si libera dalla prigionia della sintassi. Una scrittura fatta di intuizioni, emozioni, varchi. E le parole sono un <<gesto>> più che il segno di un <<concetto>>: <<scavo dentro e fuori quel muro di probabilità>>; nell’uomo <<niente-storia>> l’attimo è <<l’unica porzione di tempo che ci è data per vivere la bellezza>>.

Il corpo è il viaggio nella scultura di Elena Mutinelli. Il corpo vissuto si svolge in una metamorfosi, in una lingua infinita, in quella espressione indecifrabile che via via sono i volti, gli sguardi, i gesti, l’archeologia delle emozioni, la desertica solitudine.

In ogni gesto c’è la relazione con il mondo. La gestualità non è una <<rappresentazione>>, ma è l’atto in ciò che ha di irreversibile. Il gesto può essere perfino l’infedeltà alla parola: dentro la vita oscura della carne, dell’intonazione, dell’intensità, della pena, del dolore, della magia fascinatrice o perduta.

Nell’esplorazione del corpo, momento acutamente sintomatico è la follia. Elena Mutinelli, soprattutto nell’arco dei primi anni, presenta una tipologia di opere immediatamente riconoscibili anche nella sfera dei titoli: Pazza, Pellegrinaggio di una pazza, Pazza in cammino (con inoltre vari studi). Nei suoi volumi (in particolare ne Il volto senza fine), Eugenio Borgna riflette originalmente sulla follia entrando nell’esemplarità di alcuni artisti. Rovescia orientamenti organicistici per ricercare, nelle ombre indicibili, la Stimmung creativa.

Elena Mutinelli nelle opere di questo tema ricerca l’umana significazione, la frontiera sconfinante: nelle sculture di quei volti leggiamo la vertigine della notte, delle illusioni bruciate. Nelle opere più recenti c’è un procedimento consequenziale (con un’intelligenza rimeditata, anche concettuale). Sono variamente i temi dei nodi nell’anima e della fune. Fuori dal momento psichico, qui l’umano sembra essere immerso in una grammatica desimbolizzata, in uno spazio senza memoria, senza lo sguardo del tempo e della sua stessa <<infelicità>>.

L’intuizione centrale di Elena Mutinelli, quasi in una sorta di singolarità, è costituita dall’espressione delle mani: le mani che stringono il corpo, stringono l’assenza, stringono l’enigma del tempo; mani dell’abbandono, dell’attesa, dell’amore, dello sconforto, dell’addio; mani che si stringono alla fune in un’improbabile salvezza. In una scultura Amanti, le mani discendono, si perdono lungo i corpi nel silenzio inesorabile dell’amore.

Le mani (lingua del corpo) sono il punto più consapevole, dilemmatico rispetto allo scenario virtuale.

Uno scultore come Manzù aveva ancora la concezione della scultura nella <<carezza>> della mano, nella sensualità, nel gesto sacrale della vita. Qui, nella scultura di Elena Mutinelli, il gesto delle mani infrange ogni schermo simbolico, si sposta nel profondo di un primordio, o verso il limite di un’urgenza.

Diventano un po’ implausibili i codici storiografici o di lettura situazionale. Valgono di più le relazioni con l’abito poetico, con la poesia che torna impenetrabilmente all’origine. Non vorrei sovrapporre riferimenti, richiami letterari. Ma davvero nel gesto delle mani, quasi delle ceneri dell’universo artificiale, si libera quell’onda ossessiva, affliggente di voci assolute nella poesia del Novecento. Richiamo tre nomi. Sono figure che, nell’emozione e nel vuoto doloroso, sono mancate tragicamente: Antonia Pozzi, Anne Sexton, Sylvia Plath. Un libro prezioso (nelle edizioni Crocetti) ha come titolo Versi alla mano, in un’ampia antologia raccoglie poesie di Antonia Pozzi e Anne Sexton; richiamo invece una poesia di Sylvia Plath Tulipani da un’edizione Mondadori.

Antonia Pozzi (compagna negli studi di Vittorio Sereni, di Enzo Paci) è sepolta a Pasturo (dove i genitori avevano la casa estiva). Il suo libro postumo Parole era uscito da Mondadori con la prefazione di Montale e il risvolto di copertina non firmato (ma scritto da Vittorio Sereni). Le mani, per Antonia Pozzi, sono <<queste mie carezze cieche, come foglie ingiallite d’autunno in una pozza che riflette il cielo>>.

Per Anne Sexton la mano, nella pena, è <<sigillata>>, <<agognante>>: <<nemmeno la morte la fermerà>>.

Sylvia Plath in una poesia è in una stanza d’ospedale. Tutto è bianco: i muri, il letto, le mani. Ha dato il nome alle infermiere e il corpo ai chirurghi: <<Io non sono nessuno>>.

Nell’esplorazione del corpo un altro connotato è l’eros (esplicitamente richiamato in qualche titolo di scultura). L’eros è vita misteriosa del corpo: la vibrazione, la solitudine malinconica, lo specchio, l’immaginazione, il turbamento, quella sorta di <<disubbidienza>> del tempo interno rispetto allo spazio empirico.

Infine si può ritenere che Elena Mutinelli entri nel connotato più segreto dell’arte al femminile. Che cos’è l’arte al femminile? È la voce (a confronto della scrittura), l’archetipo, il <<grembo>>, il segno e il sogno di una lontananza.

Chiedo scusa per un altro richiamo che si palesa nella trama delle interferenze. È Camille Claudel. Pensiamo a opere di Camille Claudel come L’abbandono, L’implorante. Pensiamo agli ultimi anni quando è internata in manicomio: scrive, nelle lettere, di <<lacrime dell’esilio>>, di lacrime versate goccia a goccia lungo i giorni. La scultura di Elena Mutinelli tende a questa dismisura dell’abbandono e dell’umano che non soccombe nel mare dell’oggettività.

In anni trascorsi alla Compagnia del Disegno, ero rimasto colpito dalla circostanza che mi fu raccontata di uno scatto di intuizione e attenzione di Vittorio Sgarbi: vide in Galleria una scultura e si recò in piena notte a una visita nello studio della scultrice.

Davvero, se mi fosse possibile, un apprezzamento ad Alain Toubas per l’intuizione di questa mostra a Elena Mutinelli che entra nella storia rappresentativa della Galleria: un incontro e un momento di passione.

 

Stefano Crespi

 

http://www.treccani.it/enciclopedia/elena-mutinelli_(Lessico-del-XXI-Secolo)/

 

 

 

2009 Elena Mutinelli “La scultura nella frase infinita del corpo”, (Milano, Galleria d’Arte Compagnia del Disegno 1.04/09.15.05/09), a.c. di S. Crespi, Milano 2009.

 

 

 

 

 

 

Lui ama lui, 2005

matita su carta, 100x70 cm

 

 

 

He loves him, 2005

pencil on paper, 100x70 cm

©.  STUDIOMARTE

Foto Antonio Piccin

Grafica Stdmarte

Traduzioni Roberta Mazzesi

 

 

LE OPERE SCULTOREE DI ELENA MUTINELLI SONO  ESEGUITE A MANO SENZA MEDIAZIONE ALCUNA DI ARTIGIANI E MACCHINE

The sculptural production of Elena Mutinelli is hand made without any artisan's or machinery's help.

 

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       sculptress

  Elena   Mutinelli